L' ARTIGIANATO DEL SALENTO Nel Salento, l'artigianato è una florida e vivace realtà. Avventurandosi nei centri storici, ma anche lungo insospettabili vie di periferia, nei comuni salentini non è raro imbattersi in botteghe nascoste, laboratori mimetizzati tra le case dove la maestria e l'arte tradizionale dell'ultimo lembo di terra d'Italia si tramanda ancora a bramosi apprendisti. Soprattutto negli ultimi anni, l'artigianato è protagonista di una notevole ripresa, anche grazie all'incremento del flusso dei turisti, sempre incuriositi dai movimenti veloci e sicuri di anziani artigiani che spesso lavorano sotto la porta della bottega, in bella mostra. L'artigianato qui sembra, per sua fortuna, vivere del suo passato. Le innovazioni tecnologiche non hanno contaminato i vecchi metodi di lavorazione che trovano nell'antichità il loro valore. Nonostante il succedersi di anni, a volte secoli, di ere politiche e sociali, l'artigianato ha preservato le antiche tecniche, i trucchi e i segreti dei mestieri tradizionali, continuando a seguire i ben consolidati canoni dell'arte popolare e ad utilizzare, con estro e ingegno, le risorse e i materiali più umili che il territorio salentino offre generosamente. Aspetto multiforme del folklore locale, l'artigianato è anche un fiorente settore economico. Vanno a ruba, infatti, i pezzi unici creati dai maestri artigiani, dai minuziosi pupi di cartapesta alle sculture in pietra leccese, dai preziosi lavori ricamati al tombolo alle nasse, utilizzate ancora oggi dai pescatori dei due mari.
CARTAPESTA Accessibile, leggera, povera, affascinante. Così è l'arte della cartapesta, fiore all'occhiello dell'artigianato salentino, o meglio leccese. Una passeggiata nelle viuzze della città vecchia e si ha già l'idea di quanto quest'arte sia diffusa e praticata. Tantissimi gli usci aperti delle botteghe, sempre attive e prolifiche, e numerosi i curiosi che si affacciano ai laboratori dove materiali in apparenza senza futuro, scarti veri e proprio, tornano a nuova vita. Carta, fil di ferro, paglia, stracci, colla d'amido, farina e gesso e prende vita una Madonna dell'Assunta corteggiata da angioletti o un umile pastore. La tecnica è sempre la stessa, quasi per ogni bottega. Tuttavia, ogni maestro che si rispetti custodisce gelosamente i suoi segreti, i suoi piccoli accorgimenti imparati sul campo. Questo, infatti, resta un mestiere, un'arte da apprendere in bottega, senza fare domande ma prestando solo attenzione al lavoro delle mani, al rimescolio degli ingredienti quando si fa la colla, alla temperature delle fiamme per la focheggiatura. Punto di partenza una struttura in fil di ferro e paglia, primo scheletro da ricoprire con strati di carta, precedentemente pestati nell'acqua. E la carta è di prima scelta. È solo un luogo comune, infatti, quello che vuole gli apprendisti intenti a strappare carta dai giornali per fare le statue. Si spennella il primo abbozzo della scultura con la colla, nient'altro che un miscuglio di acqua e farina. La statua così ricoperta viene lasciata ad asciugare per qualche giorno. Non rimane poi che "creare" le estremità, mani, piedi e viso, solitamente in terracotta, e poi "vestire" la statua, con meticolosi abiti di cartapesta. Il forno poi ammorbidisce i manufatti, che diventano così più malleabili al tocco dell'artigiano che li modella e li definisce attraverso l'uso di ferri arroventati. Alla fine, il tocco del colore e della vernice lucidante e la scultura è pronta. Cristi, angeli, ma anche splendide Pietà, Addolorate, interi gruppi pasquali sono nati così, grazie ad una tecnica di lavorazione che si tramanda di generazione in generazione, le cui tracce più antiche risalgono al Seicento. Dalle botteghe leccesi più rinomate hanno spiccato il volo, in senso letterale, capolavori di ogni tipo, diretti ance oltreoceano. I soggetti religiosi, sempre richiestissimi, anche da privati che vogliono ornare un salotto o un ingresso con uno straordinario pezzo unico, oggi affiancano i soggetti profani e, da qualche anno a questa parta, anche insoliti oggettini di design e schiere di souvenir. Arte in formato tascabile, quindi, ma anche bambole, maschere e giocattoli. Appuntamento storico per gli appassionati di cartapesta è quello della Fiera dicembrina presso l'ex Convento dei Teatini a Lecce, dall'8 al 24 dicembre, dove trovare pastori, magi, asinelli, angeli e tutti gli altri personaggi del presepe.
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PIETRA LECCESE Il "leccisu" dei salentini, la pietra che impreziosisce i balconi, i palazzi e il rosario di chiese del centro storico, è inconfondibile, per il suo colore d'avorio, che colpito dai raggi del sole volge al giallo paglierino, con bellissimi riflessi di miele. Ma la sua caratteristica più importante è un'altra: sin dall'estrazione, procedura molto semplice grazie alla morbidezza di questo materiale simile al legno, la pietra leccese è molto duttile e malleabile, qualità determinante per la florida stagione degli scalpellini leccesi, che hanno intagliato la pietra, dando vita a straordinari carnevali di pietra, come diceva il poeta Vittorio Bodini. Al contrario del carparo, materia prima anch'essa molto diffusa nel Salento più compatta e resistente e di un colore giallo paglierino intenso, la pietra leccese è altamente versatile e obbedisce all'estro creativo. Utilizzata ance dagli architetti romani, la pietra leccese è stata la protagonista del grande e fiorente periodo barocco. La composizione di quella che è anche chiamata pietra gentile è a base prevalentemente di carbonato di calcio. La pietra affiora naturalmente dal terreno presso numerose cave ancora attive nella provincia di Lecce, concentrate soprattutto nella zona tra Cursi, Melpignano e Alezio, e una volta estratta, malleabile e tenera, diventa sempre più compatta e solida. Da quella "dolce" a quella "tosta", da quella "niura" a quella "bianca", la pietra leccese vanta molteplici varietà e diverse tipologie, distinte anche in base alla cava di provenienza. Infatti, particolare e preziosa è la pietra di Cursi, più dura e resistente, usata per le cosiddette "chianche", il caratteristico basolato del centro storico, o per pavimentare le aree solari degli edifici. La pietra leccese è la materia prima delle bellezze dei centri storici, rimasti in buone condizioni grazie anche alla buona resistenza della pietra e ad un sottile artificio degli scalpellini che usavano trattare la roccia con il latte, per renderla meno sensibile allo smog e alle intemperie. Così, immerso nel lattosio, il blocco era completamente inzuppato di latte, che penetrava nelle caratteristiche porosità della pietra. Dopo un periodo di relativa marginalità, la pietra leccese è stata riscoperta dall'edilizia, soprattutto per la ristrutturazione di case o palazzi antichi. Mai spenta, invece, la vitalità degli artigiani salentini, che modellano la pietra gentile a loro piacimento, confezionando oggetti delle più svariate forme e dimensioni. Non è infrequente, poi, imbattersi nelle numerose botteghe e nei mille negozietti sparsi nella città vecchia, in interessanti oggetti d'arte, dalle ormai tradizionali lampade forate alle sculture legate al territorio, oltre naturalmente alla folta schiera di souvenir, per tutti i gusti e per tutte le tasche.
LA CERAMICA Dalla umile creta, impastata con acqua, a veri e propri oggetti d'arte. Questa la semplice trafila della ceramica, arte che si tramanda da padre in figlio, storia che risale ai tempi dei Messapi e dei Dauni, così infatti sembrano raccontare i numerosi manufatti, dalle trozzelle ai vasi a nastro, ritrovati in Terra d'Otranto. Da allora, il Salento ha visto succedersi le grandi stagioni del barocco, della cartapesta, ma l'arte della terracotta continua a sopravvivere nelle botteghe disseminate in tutto il Salento, approdando anche alle piccole e medie aziende. Soprattutto a Cutrofiano, storico centro di produzione di terrecotte e ceramiche, dove ha sede il Consorzio Ceramiche del Salento e i giovani si sfidano nell'arte del tornio, a chi produce i manufatti più originali. I metodi di lavorazione sono sempre quelli di una volta, oggi forse più agevoli e semplici grazie ad un pizzico di tecnologia intrufolatosi inevitabilmente anche nelle botteghe più antiche. La creta, materia prima, si modella con l'acqua e si lascia asciugare al sole. Questo il primo passo, dal sole si passa poi ai forni e, in base al rivestimento e all'impasto, la ceramica diventa terracotta, terraglia, maiolica, gres o porcellana. Questo il procedimento originale, rimasto lo stesso in molte aziende e botteghe. Non sono rari i sostenitori "radicali" della tradizione che utilizzano ancora attrezzature manuali, come il tornio a pedale, e ricorrono a finiture fatte a mano per la modellatura e la pittura. È la semplicità, infatti, l'utilizzo di materiali umili e lavorazioni antiche, il vero punto di forza di quest'arte, nata in prima istanza per produrre utensili, contenitori e oggetti strettamente funzionali. Come le "capase", oggi ricercato ornamento, un tempo utilissimi recipienti che contenevano fino a un quintale di olio, o ancora le "pignate", ancora oggi utilizzate nelle cucine più tradizionali per esaltare genuinamente il sapore dei piatti, cucinati a fuoco lento e sorvegliati con pazienza. E ancora le inconfondibili scodelle e i comunissimi piatti, marchiati dal caratteristico gallo o dal consueto fiorellino blu. Una tradizione antichissima, quindi, che prosegue tuttora con la produzione di bicchieri, pentole, i deliziosi "pupi" da presepe, che vanno letteralmente a ruba, e i colorati fischietti.
IL GIUNCO Se vai a chiedere il perché, ti guardano stupiti. L'arte dell'intreccio, infatti, è l'ennesima dimostrazione di come l'artigianato salentino sia nato per fornire attrezzi e utensili ai lavoratori e sia cresciuto nella semplicità e, in questo caso, grazie all'ingegno degli uomini di mare. È nelle nasse, infatti, uno dei segreti dei pescatori gallipolini. Ed è con il giunco che si intrecciano queste vere e proprie gabbie, che sono depositate a tradimento sui fondali finché il pesce, dopo esservi entrato, non rimane intrappolato. Naturalmente, la paternità di questa idea è contesa dai pescatori di entrambe le sponde, ionica e adriatica, e le nasse non sono un'esclusiva del porto della Città Bella. L'arte dell'impagliare nasce, infatti, vicino alla sua materia prima, il giunco, quindi vicino alle paludi di Acquarica del Capo e Bagnolo. Oggi sopravvivono solo pochissimi artigiani del giunco e molti di questi sono pescatori, che raramente sono disposti a vendere ciò che serve per la loro attività quotidiana. Nelle botteghe o nei negozi di souvenir, le nasse, invece, sono di ogni dimensione, dalle grandi campane a minuscoli oggetti decorativi. E, accanto alle nasse, ci sono i cesti intrecciati in vimini e il caratteristico, nonché richiestissimo, "sole", cioè un cesto incompiuto. I giunchi non sono lavorati ma vengono lasciati a fare i raggi. Dal mare alla buona cucina, il giunco è anche un'importante risorsa per i maestri caseari, che lo utilizzano per produrre le "fiscelle", ovvero i canestri indispensabili per dare forma alla ricotta e al formaggio. La tecnica di lavorazione è pressoché uguale, ma gli intrecci sono molto più stretti, per lasciar passare solo il liquido. Sempre il giunco è utilizzato per farne dei fasci sui quali lasciar riposare e scolare, appena cagliata, la giuncata. La produzione continua con le "sporte", oggi quasi introvabili, e i "panari", che i più fortunati riusciranno a scovare presso la bottega di quei pochi artigiani che ancora li vendono oppure nei mercatini diffusi nella provincia. Per chi volesse poi aspettare la bella stagione, non sono rari i punti vendita di cesti, "soli", sporte e nasse, improvvisati sulle spiagge.
RICAMO E TESSITURA Una volta l'arte del ricamo era prettamente casalinga. Sin dalla nascita di una figlia femmina, si cominciava a pensare al suo corredo, per quando avrebbe raggiunto l'età da marito. Lenzuola, tovaglie, asciugamani, con le decorazioni sull'orlo e con le iniziali ricamate, ma non solo, centri tavola, tende, copertine, tutto da portare in dote sull'altare. Si trascorrevano le giornate ricamando, sulla soglia di casa o accanto al fuoco acceso. Oggi, l'arte del ricamo e della tessitura è cresciuta e sono nate piccole e grandi imprese che, nella zona fra Maglie e il Capo di Leuca, hanno consolidato, consacrato e dato lustro alle più antiche lavorazioni, al tombolo, all'uncinetto, al telaio. A queste si aggiungono le rinomate sartorie salentine, che hanno il loro punto di forza nella produzione di cravatte e camicie, presenti soprattutto nel Sud Salento. Lo stesso telaio, gli strumenti usati, la stessa tecnica, al di là del prodotto finito, incanta. I movimenti veloci dei piedi e delle mani delle donne sedute al telaio - quello più antico è di solito rettangolare e interamente costruito in legno d'ulivo - sono sopravvissuti agli inevitabili aiuti della tecnologia. Lo stesso vale per la lavorazione al tombolo, dalla quale nascono splendidi manufatti, lavorati sul cosiddetto cuscino, un supporto cilindrico, con spilli, fuselli, uncinetto e naturalmente fili, di cotone o di seta, che si intrecciano intorno ad altri a formare un disegno. O ancora il punto chiacchierino, una delle tecniche più conosciute, realizzata con la spoletta sulle dita. Oggi, le produzioni più diffuse sono i merletti, i pizzi, il lavoro d'uncinetto che confeziona e abbellisce splendide tovaglie, nonché arazzi e tappeti di varie forme e colorazione. Si pensa che quest'arte derivi dai colonizzatori in epoca ellenica, tuttavia è difficile stabilirne le origini con sicurezza.
FERRO BATTUTO Contro la povertà della terra e le false credenze. L'arte del ferro battuto è oggi sviluppatissima e molto diffusa, facendo del Salento uno dei maggiori centri artigiani d'Italia, a dispetto della materia prima che scarseggia e di quanti, in tempi antichi, pensavano che il ferro non potesse mai essere utilizzato per forgiare armi o suppellettili. Non pochi, infatti, si sono stupiti quando fu scoperto che il ferro, se fatto raffreddare in acqua quando è ancora rovente, diventa duro al pari del bronzo. Non a caso l'arte del ferro battuto è tra le più tardive, nonostante alcune decorazioni in ferro battuto, sui portali dei palazzotti nobiliari, risalgano al XVI e al XVII secolo. E un'altra causa di questo ritardo è stata la difficoltà a raggiungere la temperatura necessaria (1535° C) per il punto di fusione e per la successiva lavorazione. In seguito, l'arte del ferro è cresciuta, diffondendosi in botteghe, tramandandosi di generazione in generazione, reclutando apprendisti affascinati dai ghirigori del metallo, ma non si è lasciata aiutare dalla tecnologia. Anche qui, infatti, i metodi e l'attrezzatura sono rimasti quasi gli stessi, nonostante l'avvicendarsi degli anni, e dei secoli. Incudini, forge, martelli per dare vita a raffinati candelieri, lampade, balaustre, preziose testate di letti, soprammobili, ringhiere, cancelli, grate. Per dare, poi, un colore uniforme al manufatto, si dipinge con nero ferrigno. Rarissima la tecnica della chiodatura, sostituita ormai con la più facile e sbrigativa saldatura. Dopo lo stile Liberty, dal carattere decorativo e floreale, i maestri artigiani sono passati a decorare chiese e conventi. Oggi, non sono pochi gli abili artigiani del settore che coniugano bellezza e funzionalità, dando vita a pratici e singolari oggetti di design.
(Testo a cura di Valeria Nicoletti) |